Ancora petrolio

3 luglio 2008

Ieri ho avuto un piacevole quanto interessante scambio di battute con un lettore del blog in questo post, dove si parla delle possibili cause dei prezzi del barile registrati negli ultimi mesi.

Ora, leggendo queste dichiarazioni del ministro del Petrolio iraniano e del segretario generale dell’OPEC, mi rendo conto di come questi personaggi stiano sfruttando la situazione che si è creata intorno al greggio per generare ulteriori e immensi guadagni per i Paesi del sud-est asiatico. Questi ulteriori proventi serviranno a finanziare la riconversione della loro economia, attualmente basata sulla produzione e vendita di greggio, proprio quando le riserve di petrolio dei loro giacimenti saranno prosciugate. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che Paesi come l’Iran (4° produttore mondiale di greggio) stia tanto battendo il tasto del nucleare facendoci credere che sia per scopi militari (aumentando così le pressioni sul prezzo del greggio e introitare maggiori guadagni) quando tali investimenti sono prevalentemente di carattere industriale e probabilmente indirizzati alla riconversione dell’economia Iraniana verso la produzione di energie non derivanti dal petrolio ma dal nucleare.

Gli altri Paesi hanno quindi tutto l’interesse a dichiarare di non poter sopperire ad una mancata produzione di petrolio da parte dell’Iran, con conseguenze facilmente immaginabili sul livello dei prezzi e sui guadagni di questi personaggi.

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In un contesto come quello che ha caratterizzato il mercato petrolifero negli ultimi mesi, con prezzi che hanno sfiorato ripetutamente i 140 dollari al barile, fa effetto la decisione del governo cinese di aumentare del 18% il prezzo dei carburanti.

A parte il fatto che per me il prezzo del petrolio nell’ultimo anno è legato a doppia mandata alle speculazioni fatte dai grandi investitori (finanziati dalle più importanti banche mondiali che hanno tutto l’interesse a spingere esperti del settore a lanciarsi in profezie da 200 e addirittura da 400 dollari al barile entro pochi mesi per lucrare sui finanziamenti concessi ai clienti/speculatori o direttamente sui futures), la decisione del governo cinese rappresenta un debole segnale di qualcosa che inizia a scricchiolare nell’economia asiatica.

Infatti, dopo che per tanto tempo i prezzi del comparto energetico cinese si sono mantenuti pressoché invariati a causa dei sussidi pubblici, adesso sembra che la situazione non sia più sostenibile e parte di questo peso viene scaricato su consumatori e imprese. Le conseguenze sono facilmente immaginabili e presagiscono un leggero rallentamento della domanda cinese sui mercati mondiali e principalmente in quello dell’energia, che fa sperare in un allentamento delle tensioni che caratterizzano attualmente il prezzo del barile (sempre speculatori permettendo!).

Inflazione al 2,9%. Sicuri?

25 febbraio 2008

Nell’ultima comunicazione Istat l’Istituto annuncia che il tasso di inflazione in Italia si è attestato al 2,9%. Pesano su questa misura in particolare il petrolio e gli alimentari che nell’ultimo anno hanno contribuito alla lievitazione dei prezzi al consumo. Il dato che però maggiormente preoccupa è che a fronte di una crescita dei prezzi per i beni a bassa frequenza di acquisto (che praticamente acquistiamo poche volte l’anno) che si attesta intorno al 2%, i prezzi dei beni ad alta frequenza di acquisto (quelli che praticamente acquistiamo ogni giorno o quasi come i generi di prima necessità), hanno registrato una crescita di quasi il 5% su base annua.

Questo dato non sorprende chi, come i lavoratori dipendenti o i pensionati, lamentano già da tempo una crescita dei prezzi molto più consistente di quella che i media vogliono farci credere per svariate ragioni, tra cui quelle di partito. E con la difficoltà a siglare i nuovi contratti collettivi delle diverse categorie di lavoratori, la situazione potrebbe acuirsi drammaticamente. Le spinte inflazionistiche, infatti, risentono molto della dinamica delle aspettative che ad oggi non sono proprio ottimistiche, facendo pensare ad un aumento selvaggio dei prezzi da qui ai prossimi mesi.

Qualcuno vorrebbe anche farci credere che la soluzione sia quella di liberalizzare alcuni mercati protetti, come se nessuno si fosse accorto che le liberalizzazioni fatte in passato come nel mercato della RCA auto hanno portato a ulteriori e più consistenti aumenti delle tariffe. Oppure, nei mercati con elevate barriere all’ingresso, hanno portato alla creazione di oligopoli che altro non sono che la base per il cartello sui prezzi (vedi petrolio ed energia in particolare).

Soluzioni serie a breve non credo che ce ne siano, semmai occorrerebbero riforme strutturali di lungo periodo, ma penso che un maggiore controllo sui prezzi al consumo sia in questo momento quanto mai auspicabile e una piccola limatina alle accise sui carburanti non potrebbe fare che bene. Difatti, sul prezzo alla pompa dei carburanti l’IVA e le accise pesano per più del 60%. Alcune accise furono introdotte per sostenere spese temporanee risalenti addirittura a quasi un secolo fa e mai più tolte: guerra di Abissinia del 1935, la crisi di Suez del 1956, il disastro del Vajont del 1966, l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Belice del 1968, del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980, nonché la missione in Libano del 1983 e quella in Bosnia del 1996.