In un contesto come quello che ha caratterizzato il mercato petrolifero negli ultimi mesi, con prezzi che hanno sfiorato ripetutamente i 140 dollari al barile, fa effetto la decisione del governo cinese di aumentare del 18% il prezzo dei carburanti.

A parte il fatto che per me il prezzo del petrolio nell’ultimo anno è legato a doppia mandata alle speculazioni fatte dai grandi investitori (finanziati dalle più importanti banche mondiali che hanno tutto l’interesse a spingere esperti del settore a lanciarsi in profezie da 200 e addirittura da 400 dollari al barile entro pochi mesi per lucrare sui finanziamenti concessi ai clienti/speculatori o direttamente sui futures), la decisione del governo cinese rappresenta un debole segnale di qualcosa che inizia a scricchiolare nell’economia asiatica.

Infatti, dopo che per tanto tempo i prezzi del comparto energetico cinese si sono mantenuti pressoché invariati a causa dei sussidi pubblici, adesso sembra che la situazione non sia più sostenibile e parte di questo peso viene scaricato su consumatori e imprese. Le conseguenze sono facilmente immaginabili e presagiscono un leggero rallentamento della domanda cinese sui mercati mondiali e principalmente in quello dell’energia, che fa sperare in un allentamento delle tensioni che caratterizzano attualmente il prezzo del barile (sempre speculatori permettendo!).

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